L’arte come promessa: l’universo di Tracey Emin in “Sex and Solitude” a Palazzo Strozzi, Firenze
Sono entrata in contatto con la sua opera quasi per caso. Avevo appena scoperto che a Firenze si sarebbe tenuta una grande mostra a lei dedicata. Firenze, la città in cui ero stata solo per sei giorni e che avevo appena lasciato. Tornarci per l’inaugurazione di una mostra su un’artista donna mi è sembrata un’occasione d’oro. Un motivo forte.
Vedere dal vivo una grande mostra di un’importante artista inglese. Approfondire, scriverne. Il titolo mi ha incuriosito: Sex and Solitude / Sesso e Solitudine. Non perché sia originale, ma perché racchiude due esperienze universali, profondamente umane eppure complesse nella società contemporanea.
Il sesso: nei contesti non occidentali, spesso nascosto, represso, o vissuto con naturalezza a seconda della cultura. In Occidente, invece, svenduto, esibito, ma raramente discusso apertamente. Una contraddizione: onnipresente nella comunicazione per immagini, eppure ancora tabù quando si tratta di un confronto sincero.
E la solitudine: percepita come una condizione da evitare. Non una scelta, ma una conseguenza, una punizione. Si cerca compagnia, si rifugge il vuoto. Essere soli è quasi una colpa. Non si è “abbastanza social”, abbastanza dentro.
Il titolo della mostra mi ha colpito perché in queste due parole ho riconosciuto la tensione tra desiderio e isolamento, tra bisogno e paura. Ho intuito, ancora prima di leggere le parole dell’artista, che il sesso e la solitudine non sono solo esperienze esteriori, ma dinamiche interiori. E, in chi è in pace con sé stesso, possono trasformarsi in eccitazione: non quella del possesso, ma quella della scoperta, del gioco, dell’infanzia.
Mi commuove di lei tutto: ciò che è, ciò che fa. Forse perché sento una comunanza, forse per quella “perdizione” che riconosco, o per la sua passione inarrestabile. Mi affascina il suo sguardo, perso eppure consapevole. La voce bassa, lenta, che si interrompe appena ha finito di dire qualcosa di essenziale.
Mi incanta la sua gestualità e il coraggio con cui lavora. Sporcare, mescolare, imbrattare, aprire spazi con il colore. È questo che fa quando dipinge: apre mondi, scava nella memoria, urla con parole e forme. Parole scomposte, incise, colate. Urli, come quelli di Munch, artista a cui lei stessa si sente vicina.
Ha vissuto sentimenti di bronzo, trasformandoli in sculture. Ha reso l’arte un processo di liberazione. Perché lei è libera: ha attraversato il dolore, la paura, il sentirsi persa. Non si è fermata. Ha continuato a vivere, sentire, affrontare.
Mi ha colpito il suo ringraziamento alla vita. Dopo la malattia, ha deciso che il tempo rimasto sarebbe stato solo felicità. Ha voluto fare per gli altri, creare per loro, sostenere l’arte, i giovani artisti. Così è nata la Tracey Emin Foundation, perché lei crede nelle virtù salvifiche del fare e del ricevere arte. E su questo concordo pienamente.
Questa è anche la ragione per cui volevo tornare a Firenze: trovare arte, quella vera. Non commercio.
Tracey porta alla luce l’interiorità, senza paura. Le sue ombre, le sue ferite, le sue trasformazioni. Ha mostrato tutto di sé: nei disegni, nei dipinti, nei video, nelle installazioni. E ora racconta che non vuole più provare sentimenti negativi, né odio né rancore. Ha compreso che inferno e paradiso sono dentro di noi.
Vorrei imparare da lei. Vorrei imparare a non sentirmi carente, insoddisfatta. Questa è la mia ombra. Ma lei le ha già mostrate tutte, le sue.
Dalla personalità irresistibile, Tracey Emin attrae per la sua unicità, per la sua vitalità. È libera eppure calma. Il sorriso enorme, irregolare. Lo sguardo nero, magnetico, come onice.
Un’artista che comunica, da sempre. Solida come una roccia e leggera come il gesto della creazione. Un’artista che non smetterà mai di cercare, per sé e per gli altri.
Vuole ancora esserci, per molto. Essere nella comunità, nei giovani. Crede nel potenziale dell’arte, anche nell’economia: l’arte come motore, come valore, come profondità.
Perché è questo che conta: scavare.
Tracey ci incoraggia a trovare la nostra luce. Il nostro paradiso in terra.
Sì, Tracey, tu lo sei già.
Io non ho più paura.
Comincio con questo articolo.
L’appuntamento con la tua arte, come un Taccuino di Promesse (cosa porterà?).
Vedere dal vivo una grande mostra di un’importante artista inglese. Approfondire, scriverne. Il titolo mi ha incuriosito: Sex and Solitude / Sesso e Solitudine. Non perché sia originale, ma perché racchiude due esperienze universali, profondamente umane eppure complesse nella società contemporanea.
Il sesso: nei contesti non occidentali, spesso nascosto, represso, o vissuto con naturalezza a seconda della cultura. In Occidente, invece, svenduto, esibito, ma raramente discusso apertamente. Una contraddizione: onnipresente nella comunicazione per immagini, eppure ancora tabù quando si tratta di un confronto sincero.
E la solitudine: percepita come una condizione da evitare. Non una scelta, ma una conseguenza, una punizione. Si cerca compagnia, si rifugge il vuoto. Essere soli è quasi una colpa. Non si è “abbastanza social”, abbastanza dentro.
Il titolo della mostra mi ha colpito perché in queste due parole ho riconosciuto la tensione tra desiderio e isolamento, tra bisogno e paura. Ho intuito, ancora prima di leggere le parole dell’artista, che il sesso e la solitudine non sono solo esperienze esteriori, ma dinamiche interiori. E, in chi è in pace con sé stesso, possono trasformarsi in eccitazione: non quella del possesso, ma quella della scoperta, del gioco, dell’infanzia.
Mi commuove di lei tutto: ciò che è, ciò che fa. Forse perché sento una comunanza, forse per quella “perdizione” che riconosco, o per la sua passione inarrestabile. Mi affascina il suo sguardo, perso eppure consapevole. La voce bassa, lenta, che si interrompe appena ha finito di dire qualcosa di essenziale.
Mi incanta la sua gestualità e il coraggio con cui lavora. Sporcare, mescolare, imbrattare, aprire spazi con il colore. È questo che fa quando dipinge: apre mondi, scava nella memoria, urla con parole e forme. Parole scomposte, incise, colate. Urli, come quelli di Munch, artista a cui lei stessa si sente vicina.
Ha vissuto sentimenti di bronzo, trasformandoli in sculture. Ha reso l’arte un processo di liberazione. Perché lei è libera: ha attraversato il dolore, la paura, il sentirsi persa. Non si è fermata. Ha continuato a vivere, sentire, affrontare.
Mi ha colpito il suo ringraziamento alla vita. Dopo la malattia, ha deciso che il tempo rimasto sarebbe stato solo felicità. Ha voluto fare per gli altri, creare per loro, sostenere l’arte, i giovani artisti. Così è nata la Tracey Emin Foundation, perché lei crede nelle virtù salvifiche del fare e del ricevere arte. E su questo concordo pienamente.
Questa è anche la ragione per cui volevo tornare a Firenze: trovare arte, quella vera. Non commercio.
Tracey porta alla luce l’interiorità, senza paura. Le sue ombre, le sue ferite, le sue trasformazioni. Ha mostrato tutto di sé: nei disegni, nei dipinti, nei video, nelle installazioni. E ora racconta che non vuole più provare sentimenti negativi, né odio né rancore. Ha compreso che inferno e paradiso sono dentro di noi.
Vorrei imparare da lei. Vorrei imparare a non sentirmi carente, insoddisfatta. Questa è la mia ombra. Ma lei le ha già mostrate tutte, le sue.
Dalla personalità irresistibile, Tracey Emin attrae per la sua unicità, per la sua vitalità. È libera eppure calma. Il sorriso enorme, irregolare. Lo sguardo nero, magnetico, come onice.
Un’artista che comunica, da sempre. Solida come una roccia e leggera come il gesto della creazione. Un’artista che non smetterà mai di cercare, per sé e per gli altri.
Vuole ancora esserci, per molto. Essere nella comunità, nei giovani. Crede nel potenziale dell’arte, anche nell’economia: l’arte come motore, come valore, come profondità.
Perché è questo che conta: scavare.
Tracey ci incoraggia a trovare la nostra luce. Il nostro paradiso in terra.
Sì, Tracey, tu lo sei già.
Io non ho più paura.
Comincio con questo articolo.
L’appuntamento con la tua arte, come un Taccuino di Promesse (cosa porterà?).
Questo articolo non nasce per raccontare la mostra di Tracey Emin, che ancora non ho avuto modo di visitare, ma che presto vedrò. È piuttosto l'inizio di un percorso, il primo capitolo di Taccuino di Promesse, una serie di articoli che esploreranno non solo l'opera di Emin, ma anche il mio rapporto con il fare arte e con la ricerca di libertà e responsabilità nel creare — con un’attenzione particolare alle sensibilità e alle esperienze che riconosco più vicine, anche al femminile.
Il primo capitolo di Taccuino di Promesse, una serie di articoli che esploreranno non solo l'opera di Emin, ma anche il mio rapporto con il fare arte e con la ricerca di libertà e responsabilità nel creare — con un’attenzione particolare alle sensibilità e alle esperienze che riconosco più vicine, anche al femminile.
Il primo capitolo di Taccuino di Promesse, una serie di articoli che esploreranno non solo l'opera di Emin, ma anche il mio rapporto con il fare arte e con la ricerca di libertà e responsabilità nel creare — con un’attenzione particolare alle sensibilità e alle esperienze che riconosco più vicine, anche al femminile.
Voglio esplorare questi temi in modo personale e critico, aprendo spazi di riflessione e scoperta. E quando finalmente visiterò la mostra, tornerò a scriverne, continuando questa ricerca—perché ogni promessa, in fondo, è un invito a proseguire.
La mostra di Tracey Emin, Sex and Solitude, è in corso a Palazzo Strozzi a Firenze. Per dettagli sull'esposizione, visita il sito ufficiale della mostra.
La Tracey Emin Foundation sostiene progetti educativi e giovani artisti, promuovendo l'arte come forza trasformativa. Per saperne di più, visita il sito ufficiale della fondazione.
Immagini tratte dalla pagina della mostra su Fondazione Palazzo Strozzi






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