Visioni da lontano – Ettore Spalletti alla Taka Ishii Gallery: Cammina cammina ho ritrovato il pozzo d’amore

Una compostezza leggera, un’ariosità nei colori e nelle forme che, pur non definite, esistono. Esistere senza definizione, esistere per attitudine: è questo che sembra suggerire l’insieme variegato della mostra di Ettore Spalletti, artista ormai riconosciuto e non più in vita, che attinge a una classicità intesa non come rigidità, ma come equilibrio. Un’armonia aulica, appartenente a un tempo in cui sentimenti, mente e realtà trovavano una sintesi elevata.

In questa dimensione, la realtà si muove con lentezza, attraversata da un’effervescenza interiore, introspettiva. Un movimento minimo ma denso, acceso di volontà e speranza: la volontà di creare, di dare struttura a spazi concreti e immateriali, tra il sogno lucido e la morbidezza dell’interiorità portata all’esterno. La materia assume così forme ricche, immense nelle loro variazioni cromatiche e nei loro possibili sviluppi.

Spalletti pensa il tempo, lo modella, lo riempie di vuoti necessari. Le sue forme, calibrate da scelte naturali e misurate, sono essenziali. Le pietre, la mattonella gialla – un elemento imprevisto, capace di evocare la consistenza del legno – si inclinano e generano ombra, in un equilibrio tra struttura e intuizione. Nella sala accanto, vasi allungati in tonalità di celeste chiaro emergono con delicate variazioni di altezza: uno più alto, uno più basso, in coppia o in trio. La pietra e il legno restituiscono una sensazione di materia densa, solida eppure rarefatta.

Anche il celeste porta con sé questa ambiguità: può evocare freddezza, ma nelle mani di Spalletti diventa accogliente. È il suo celeste, declinato in variazioni sottili. Lo ritroviamo nel quadro che suggerisce un orizzonte inclinato tra cielo e mare, così come in un’altra opera in turchese acceso, solare e brillante. Di quest’ultima esistono cento copie numerate, in cui il colore è interrotto da leggere forme circolari e ovali, tracciate con contorni appena accennati. Un gioco di variazioni che sembra prima divertire l’artista, poi coinvolgere lo spettatore.

Accanto al celeste e al turchese, il giallo oro ritorna con insistenza: compare in oggetti custoditi in teche, elementi surreali che conservano la precisione della visione artistica. Libri senza pagine, rossi, catalogatori impossibili da usare, firmati. Un libro nero con la pagina di fronte maculata da piccole chiazze d’oro, luminose nella loro essenzialità. E poi un profilo di donna, con lineamenti appena accennati: forse uno sguardo suggerito, una massa di capelli che si solleva, una stella dorata posata in basso.

Dentro una scatola bianca, un ago dorato e un filo dello stesso colore: segni minimi, essenziali, preziosi. In teca, questi oggetti surreali sembrano evocare un uso quotidiano, pur essendo superfici sulle quali l’artista ha inciso il proprio pensiero. Opere delicate e sapienti, costruite con pochi tratti essenziali. Una sapienza concettuale che affascina.

Vorrei soffermarmi su due serie di opere: i disegni a parete, anch’essi essenziali, che sembrano delineare il progetto degli elementi presenti nella mostra, ma che nel loro insieme generano un ritmo, un incanto silenzioso. Opere che significano senza pronunciare, che raccontano senza parole. Un progetto che non si fonda su forme definite, ma sulla loro successione, sul respiro che le attraversa.

E infine, i parallelepipedi di sale, di cristalli, di pietre semi-trasparenti e opalescenti. Duri eppure porosi, come il sale dell’Himalaya bianco. Volumi bassi e larghi, attraversati da lastre di un rosa tenue o di un celeste delicato, quasi un’imbottitura tra superfici compatte.

Un altro dettaglio mi ha colpito: nella teca, un piccolo cuscino rosa pastello, della dimensione di un libro tascabile. Ma la sensazione è che sia una scultura, realizzata con lo stesso materiale dei vasi: forse plastico, forse freddo. Un cuscino che non scalda, un amore che non torna.

E poi, un ultimo segno: in un altro libro rosa, tratti neri delineano qualcosa che somiglia a un bacio, labbra che sfiorano la morbidezza di un capezzolo giovane e semplice. Un’immagine intima e universale al tempo stesso. Un gesto antico quanto il tempo, quanto il bisogno primario di nutrimento e amore.


La mostra di Ettore Spalletti, Cammina cammina ho ritrovato il pozzo d’amore, è disponibile su Contemporary Art Daily, dove puoi esplorare in dettaglio le opere esposte e l’approccio curato dalla Taka Ishii Gallery.


Questo articolo fa parte di una serie di riflessioni su mostre d’arte contemporanea selezionate attraverso le immagini di Contemporary Art Daily. Scrivere di queste esposizioni è un modo per avvicinarmi a opere e artisti che, per distanza geografica, non posso vedere dal vivo. Ma è anche un esercizio di sguardo, un modo per interrogare la relazione tra presenza e immagine, tra esperienza diretta e mediazione visiva.

L’arte di grande qualità, quella che trasforma e lascia traccia, è sempre più concentrata nei grandi centri urbani, mentre altrove l’esperienza culturale si fa più rarefatta. Questa distanza non è solo fisica, ma anche simbolica. Vivere l’arte in presenza significa immergersi in un’estetica che non è superficie, ma linguaggio, ricerca, sensibilità, pensiero. L’arte non è decorazione: è un atto che espande la percezione, mette in discussione, apre visioni. E quando questa esperienza si assottiglia, si perde qualcosa di essenziale: un frammento della conoscenza collettiva, un accesso alla possibilità di immaginare.

Credo che il dialogo con l’arte debba essere accessibile ovunque, perché risponde a una necessità profonda: essere sollecitati da una dimensione estetica che nutre e trasforma. Questo blog è uno spazio di esplorazione, dove l’arte si intreccia con la mia pratica visiva e con le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, per ampliare il senso della percezione e della conoscenza.

Non è uno sguardo curatoriale, ma quello di un’artista: un tentativo di osservare e comprendere, di abitare le immagini e le idee attraverso il mio stesso fare, in un continuo dialogo tra visione e materia.














Immagini tratte da Contemporary Art Daily


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